Recensione a “MarMaja” su Mescalina.it

Pensavo fossero un gruppo emergente i Marmaja e credo che altri, come me, potrebbero pensarlo.
In effetti questo è il loro disco d’esordio, pubblicato dalla Storie di Note. Solo che ha alle spalle altri due cd autoprodotti, qualche demo, qualche significativa collaborazione (Gang e Tupamaros), che, nell’insieme, costituiscono già una piccola storia. I Marmaja sono infatti in giro dagli inizi degli anni ’90 tra compilation, concerti, buskerfestival e apparizioni varie; recentemente sono stati premiati al Ciampi 2004, il che non fa solo curriculum come tanti concorsi musicali, ma è garanzia di una certa qualità.
Ma il pensiero del solito gruppo esordiente che si deve fare le ossa viene fugato soprattutto dall’ascolto del cd. La prima traccia è un buon apripista, un folk-rock, con tanto di fisarmonica e di sax, che serve a presentare la forza e la coscienza della band, impegnata in una lotta fatta di sogni e di ideali che (ri)velano anche un certo ascendente politico.
Non c’è però da farsi trarre nuovamente in inganno, perché i Marmaja non sono l’ennesima formazione combat che spinge sul rock per lanciare slogan e proclami genericamente no-global: Maurizio Zannato e compagni hanno un’intensità che si rifà a grandi cantautori come Fabrizio De Andrè e Piero Ciampi (a quest’ultimo dedicano anche una canzone). E hanno una sensibilità tanto negli strumenti quanto nei testi che nutre la loro musica di coscienza, non di di retorica.
Questa dozzina di canzoni puzza di vino, di suole consumate e di mani strette: non c’è niente di nuovo, ma ci sono tanta personalità e tanta speranza a scaldare un vigoroso cantautorato. Il suono e i pezzi sono imbevuti di fisarmonica, di sax, di chitarre acustiche ed elettriche, di mandolino e percussioni. Una particolare menzione per Guido Frezzato, polistrumentista, che si destreggia anche al flauto e al clarinetto. Il disco si viene così ad aprire ad atmosfere mediterranee e andino-sudamericane, senza smarrire una compattezza rock, che dà nerbo a pezzi come “Vivo” e “6 marzo”, tra i migliori della raccolta.
Qualche pecca c’è, questione d’ingenuità, in “Sorriso che disordina” e in “Vedrai com’è bello”, che suonano stereotipate, ma che si fanno accettare comunque di buon grado, come un bicchiere di troppo quando si è a tavola con gli amici. Allo stesso modo le voci clandestine dei Gang e dei Clash emergono da “Radio rosa”, ma basta poi una “Balla con me”, intrisa di sentimento e di una sincera anima popolare, per convincersi che queste sono canzoni palpitanti, che respirano a polmoni aperti al solo pensiero del futuro.
E che i Marmaja non sono un gruppo emergente, ma già cresciuto.

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