Recensione a “MarMaja” su Movimentiprog.net

Storie di tabacchi, tarocchi ed anarchia: il folk-rock dei Marmaja

Cani sbandati e senza dio. Marmaglia di anarchici. Disertori. Ragazzi che si inventano, si suonano, si registrano e si autoproducono un disco (tre a dire la verità). Ne hanno ricevuti di apprezzamenti i Marmaja e noi non faremo eccezione. Gente in gamba, che lavora, che suda e che vince il Premio Ciampi nel 2004.
Fatica e soddisfazioni, non si scherza. Il loro terzo album “Marmaja” colpisce dritto al cuore. A partire dal disegno nel disco: tarocchi, vento, sogni e disperazione, sguardi persi o speranzosi, barche navi, fabbriche e passi. A guardarla la confezione ci si tuffa in un clima diverso, si assapora il cd come se fosse una pagnotta fumante o un vinile caldo degli anni ’70.

Marmaja è un sestetto proveniente da Rovigo: Maurizio Zannato (canto), Walter Sigolo (fisarmonica e ghironda), Antonio Carrara (batteria), Cristiano Vincetti (basso e percussioni), Guido Frezzato (fiati, chitarre, mandolino). Responsabile delle chitarre era Elia Mantovani, scomparso poco dopo la pubblicazione del disco: è a lui che dedichiamo queste righe. Ma ricordiamo che Mantovani era presente nel primo disco “In tel vento sonà” (99) e nel secondo “Il metro dell’età” (2002), nella collaborazione con Gang e Tupamaros (Unione delle Tribù), Cristiano De Andrè e Mercanti di liquore.

“Marmaja” è un disco entusiasmante: dall’etno-folk degli esordi la band rodigina è giunta ad un notevole lavoro di sintesi, incontrando la canzone d’autore e il combat-rock, sapori latini e folk progressive tra Inghilterra, Irlanda e chitarre elettriche, miscelando influenze di Gang, De Andrè, Jethro Tull e Parto Delle Nuvole Pesanti. Basta ascoltare un pezzo inebriante come “La mia anima vola a sud” per capirlo subito.
Flauti, sax e ritmi serrati, il carismatico Zannato che guida le danze, l’impatto del collettivo è frontale.
Marmaja è movimento, dinamismo, poesia vibrante e passionale: vedi “E’ naturale”, “6 marzo” (dedicata a Piero Ciampi), “Radio rosa”. E’ melodia, sensualità (“Sorriso che disordina”, “Sarò lieve”), tabacco e tarocchi(“Passerà”). Un pugno di canzoni incalzanti, intense (“Aria”, “Balla con me”), dirette eppure ricercate, con briosi impasti strumentali, la trascinante voce di Zannato e la malinconica chiusura de “I tuoi occhi”.

La band ha sentito il bisogno di segnare una linea di continuità con la canzone popolare: con la partecipazione di Gualtiero Bertelli ha riarrangiato una festosa “Vedrai com’è bello”, uno dei brani simbolo di questo cantore veneziano. Non manca un legame con la nuova canzone: “6 marzo” vede la presenza di Alberto Cantone. In generale la dimensione “d’autore” è evidente, nella personale cifra stilistica, nel suadente amalgama strumentale, nel testo, sanguigno, emozionante, dall’alto profilo civile.

Strada e fabbrica, sogni e realtà, musica popolare, canzone e rock: i Marmaja dimostrano di amalgamare culture, generazioni ed esperienze diverse. Il loro folk-rock è avvincente e “Marmaja” è un disco consigliatissimo, anche agli ascoltatori del progressive.

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